
Siamo andati a conoscere da vicino un servizio molto importante che la nostra Comunità pastorale offre ai bisognosi, il Deposito bagagli di via Patti (SGP). Ne abbiamo parlato con una delle persone che se ne occupa, Leonardo Casati.
Da quando presta il suo servizio al Deposito bagagli?
“Dal 2018. Il servizio è nato nel 1990, all’epoca si proponeva anche lo scopo di cercare lavoro alle persone che si rivolgevano a noi per lasciare i bagagli, raccogliendo dati, competenze, disponibilità. Obiettivo lodevole ma assai complicato da portare avanti”.
Chi sono le persone che si rivolgono a voi?
“Prevalentemente stranieri, ma anche italiani. Abbiamo avuto persone delle più svariate nazionalità: marocchini, egiziani ma anche portoghesi, brasiliani. La maggior parte senza fissa dimora, ma non tutti. Alcuni dormono nei centri di assistenza, altri per strada. Una donna una volta mi raccontò che stava aspettando che le assegnassero una casa. Le chiesi dove vivesse e mi indicò un parcheggio, si sistemava tra le macchine”.
Quali sono le regole che avete?
“Entro sei mesi dall’inizio del deposito le persone devono darci notizie, o direttamente, venendo al centro, oppure lasciando un messaggio in segreteria oppure via mail. Ognuno può avere dei problemi o delle necessità particolari, basta che ce li comunichi, in tal caso possiamo prolungare la durata massima per la custodia dei bagagli, altrimenti, se non abbiamo notizie, dopo sei mesi il regolamento ci permette di liberarci degli oggetti lasciati in custodia. Vorrei chiarire che passati sei mesi non buttiamo subito via le cose, cerchiamo di avere sempre elasticità. Ma questa regola è fondamentale perché lo spazio è limitato. Altra regola: ogni persona al massimo può lasciare tre bagagli”.
Non ci sono più servizi simili a Milano, se non a pagamento. Sbaglio?
“È vero. Ce n’era uno in via Settala ma è chiuso da qualche anno. Non riuscivano più a starci dietro, visto che se ne occupavano solo due persone e facevano orari piuttosto lunghi. Le istituzioni dicono di interessarsi al problema ma passano gli anni e si vedono poche cose concrete. Anzi, spesso ci chiamano per chiedere aiuto. Ad esempio capita che dai centri che accolgono i bisognosi, che per regolamento prendono solo un bagaglio, ci chiedano se possiamo tenere gli altri effetti personali”.
Quante persone operano al Deposito Bagagli?
“Otto, quattro coppie marito e moglie. Questo ci permette di avere un impegno di un giorno al mese, visto che siamo aperti un giorno solo a settimana, il mercoledì, dalle 17.15 alle 18.15. A volte, in caso di particolari necessità, si può andare oltre. Attualmente abbiamo circa cento utenti”.
C’è qualche aneddoto che più le è rimasto impresso in questi ultimi anni?
“C’era una persona che aveva lasciato quattro bagagli, era un italiano. Un giorno, visto che non si era più fatto vivo, ci siamo accorti che dentro teneva giornali e riviste, oltre a seicento fogli stampati. Il servizio che offriamo non dovrebbe essere concepito come deposito/magazzino, ma accogliere oggetti personali di altro tipo, abiti, scarpe, cose di questo genere. Un’altra signora, invece, aveva dei piatti nelle valigie. Un signore, un giorno venne da noi con la flebo ancora attaccata al braccio: era scappato dall’ospedale per venire a controllare i propri bagagli: quando li aprì vedemmo che aveva dentro sette caffettiere e un numero imprecisato di rasoi. O gestiva una piccola bancarella, da qualche parte, oppure non sappiamo cosa facesse con quegli oggetti. Ricordo infine un giovane proveniente dalla Puglia, che parla diverse lingue, un giorno mi disse: se mia madre sapesse che vivo per strada mi farebbe viola”.
Tornare a vedere le proprie cose, anche se di poco valore, per molti è importante. Ogni quanto si fanno vive le persone che si avvalgono del Deposito?
“Qualcuno viene periodicamente, quando ha bisogno di qualcosa, magari perché deposita dei documenti che possono servigli e che non saprebbe dove custodire in modo sicuro. Altre persone lavorano ai mercati e non hanno una postazione fissa, così fanno base presso di noi. Le tipologie di persone sono le più disparate. Conosciamo alcune storie personali, ma non tutti ci raccontano. Uno un giorno ci disse che sarebbe andato via, per la stagione estiva, perché andava a vendere il cocco sulle spiagge”.
Cosa vi servirebbe? Più spazio, più volontari, più risorse?
“Più spazio sicuramente sarebbe utile, perché non è mai abbastanza. Però non uno spazio aggiuntivo a quello che abbiamo, perché in tal caso avremmo un problema per gestire due centri. Il nostro, che una volta veniva adibito alla raccolta e distribuzione di indumenti, è abbastanza grande: sono circa 50-60 mq più servizi e uno spazio davanti con le sedie. I volontari? Un aiuto ci farebbe comodo, ma essere troppi non serve. A tutte le persone che si avvalgono del servizio abbiamo dato un tesserino, con foto,
inoltre abbiamo un programma sul computer per la gestione del centro, che ci permette di tenere conto di tutti i bagagli depositati, dei proprietari, del tempo di permanenza e delle visite o segnalazioni effettuate”.
Il deposito bagagli è un po’ come una cartina al tornasole del disagio. Cosa emerge dal vostro osservatorio?
“C’è tanta gente che ha bisogno, non avendo spazio dove lasciare le proprie cose. Spesso chi vive nei dormitori, o per strada, rischia di vedersi rubare tutto, documenti compresi o altri piccoli oggetti di valore affettivo, ricordi o cose più importanti”.
Quali risposte avete da chi si avvale del vostro servizio?
“Alcune persone sono molto grate per il servizio ricevuto. Una donna era terrorizzata che le sue cose venissero buttate via, l’abbiamo rassicurata tante volte, avendoci avvisato dei problemi che aveva avuto non c’era nessun problema da parte nostra a tenere i suoi bagagli più tempo. Quello che chiediamo è di essere informati e di dirci le cose con chiarezza. Un’altra signora, che era stata operata, quando riuscì a tornare da noi volle sincerarsi che le sue cose fossero al loro posto, e lì le trovò. Ma non è sempre tutto rose e fiori, ci sono anche persone problematiche, che sono meno grate e gentili pretendono, con cui a volte dobbiamo persino litigare per far valere le nostre ragioni”
