
Da qualche settimana abbiamo iniziato a dare voce a chi si impegna nella nostra Comunità Pastorale. Sono emerse tante belle storie che fanno capire quanto siano grandi e sorprendenti le vie del Signore. Questa volta abbiamo incontrato un giovane, Enrique Moran, che da qualche tempo, insieme ad altri ragazzi, ogni settimana va a portare aiuti alle persone che vivono per strada.
Enrique, com’è nato questo tuo impegno?
“Parlando con don Fabio una volta gli ho detto che mi sarebbe piaciuto avere una fede più attiva, più viva. Lui mi ha parlato di un gruppo di ragazzi dell’Oratorio che, guidati da Elena, andava ad aiutare i bisognosi. Sono andatio a conoscerli e mi hanno proposto di andare con loro, così ho iniziato”.
Com’è stata l’esperienza?
“Toccante, non mi sarei mai aspettato di ricdevere così tanto dalle persone che non hanno niente. Nessuno le considera eppure, nonostante le loro difficoltà, hanno tanto da dare a livello umano”.
Ogni quanto tempo vai a prestare questo aiuto?
“All’inizio una volta al mese, ma mi sembrava poco. Parlando con l’organizzatore dell’attività insieme ai ragazzi della parrocchia di Santa Rita, sono stato coinvolto nel loro gruppo e, così, ora vado ogni mercoledì sera. C’è sempre qualcosa di nuovo e ogni volta mi commuovo”.
Come reagiscono le persone che andate ad aiutare?
“La grande maggioranza si rallegra nel vederci, altre si limitano a scambiare poche parole”.
In che zona andate?
“Solitamente in centro, tra piazza del Duomo, piazza San babila, piazza San Carlo e zone limitrofe”
Cosa ti porti dietro quando torni a casa?
“Ogni settimana è diversa. Sicuramente il cuore è colmo di gioia. Qualche volta c’è un po’ di tristezza e preoccupazione per non poter fare qualcosa di concreto per cambiare certe situazioni difficili”.

Consiglieresti questa esperienza a qualche coetaneo?
“Sì, assolutamente, infatti quando alcuni amici vengono a trovarmi e, quella sera, devo andare a prestare aiuto, li porto con me, affinché anche loro abbiano l’opportunità di sentire quella gioia. Se parliamo di un punto di vista più spirituale la vedo come una grande opportunità per compiere le opere di misericordia di cui parla il Vangelo”.
Vi capita mai di soffermarvi a parlare con le persone che vivono per strada?
“Sì, questa è una delle azioni che ci identificano rispetto agli altri gruppi, perché ci sono molte organizzazioni impegnate a portare cibo, coperte o altre cose di cui ha bisogno chi vive in strada. Noi cerchiamo di andare oltre, a scendere al loro stesso livello e parlare faccia a faccia. Un senza tetto sui 35 anni una volta mi ha detto: ‘Il cibo non mi manca, ma erano due mesi che non parlavo con nessuno. Questa è la cosa più bella che potesse capitarmi'”.
Ti raccontano mai come sono finiti per strada?
“È un processo lungo e difficile chiedere come sono arrivati in quella condizione. Piano piano le condizioni possono peggiorare e, se ti trovi costretto a vivere per strada, pezzo dopo pezzo perdi dignità”.
Ti è mai capitato che qualcuno ti raccontasse una cosa sorprendente?
“Sì, una sera una persona mi ha raccontato che, nella sua vita lavorativa, aveva progettato qualcosa di importante a livello tecnologico, ma che poi quell’idea gli era stata rubata e lui, cadendo in depressione, non era riuscito a risolevvarsi, sprofondando sempre di più nel malessere”.

Sono soprattutto stranieri?
“Ci sono anche tanti italiani. Alcuni addirittura con una casa, ma per qualche motivo preferiscono stare per strada, forse perché cercano un qualche tipo di contatto/relazione con chi vive nel disagio come loro, con una profonda solitudine affettiva”.
Vivono tutti di carità?
“In realtà c’è anche chi lavora. Mi ha raccontano un filippino, che lavora facendo le pulizie, che i soldi che guadagna non gli bastano per pagarsi un alloggio e che, risparmiando l’affitto, riesce a mandare più denaro alla sua famiglia”.
Hai mai avuto paura?
“No, mai. Le persone che andiamo ad aiutare, invece, può capitare che abbiano paura, che si spaventino quando noi ci avviciniamo. Stare per strada, del resto, ti obbliga ad alzare la soglia dell’attenzione. Alcune persone che aiutiamo hanno una buona educazione e sono persone sensibili”.
Alcuni di loro rifiutano di andare a dormire nei rifugi pubblici allestiti dal Comune o da altri enti. Che idea ti sei fatto?
“A volte proponiamo loro un aiuto per farli inserire in un programma assistenziale e mettergli un tetto sulla testa. Alcuni rispondono di no, che ci sono già stati e le condizioni che troverebbero sono addirittura peggiori che vivere per strada, quindi preferiscono restare dove sono”.